La vicenda che da settimane circonda la Federal Reserve ha assunto oggi un tono ancora più politico e istituzionalmente esplosivo. Secondo quanto emerso, alcuni procuratori federali hanno effettuato una visita non annunciata al cantiere del quartier generale della banca centrale americana, al centro dell’indagine sul progetto di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari. Ma il tentativo di accesso si è fermato all’ingresso: due procuratori e un investigatore dell’ufficio del procuratore federale Jeanine Pirro sarebbero stati respinti da un appaltatore e indirizzati agli avvocati della Fed.
È un episodio che, da solo, basterebbe a raccontare il livello di tensione istituzionale raggiunto dallo scontro tra l’amministrazione Trump, il Dipartimento di Giustizia e la Federal Reserve. Ma il punto più delicato è che questa nuova iniziativa arriva in un momento in cui l’inchiesta appare già fortemente indebolita sul piano sostanziale e controversa su quello politico.
Un’indagine senza reato, ma con effetti politici concreti
Secondo quanto riferito, già il mese scorso, nel corso di un’udienza a porte chiuse davanti a un giudice federale, un alto funzionario dell’ufficio di Pirro avrebbe ammesso di non aver trovato alcuna prova di reato nell’ambito dell’indagine sul progetto immobiliare della Fed. È un passaggio centrale, perché sposta il significato dell’intera vicenda: non più un’inchiesta che avanza sulla base di elementi criminali chiari, ma un fronte investigativo che continua a produrre attrito pur in assenza, almeno finora, di riscontri penali concreti.
Ed è proprio qui che la questione diventa politicamente più pesante. L’indagine non si limita infatti a lambire la reputazione della banca centrale, ma ha già avuto un effetto diretto sulla politica delle nomine: il Senato ha ritardato l’esame della candidatura di Kevin Warsh, scelto da Donald Trump per sostituire Jerome Powell alla guida della Fed quando il suo mandato da presidente terminerà il 15 maggio.
Il messaggio degli avvocati della Fed: non aggirate i tribunali
A rendere ancora più teso il quadro è stata la reazione del board della Federal Reserve. Robert Hur, legale del consiglio dei governatori, ha scritto ai procuratori di Pirro in merito alla visita e alla richiesta di un “tour” del cantiere per “verificare i progressi” dei lavori. Nell’email, visionata dall’Associated Press, Hur ha ricordato che il giudice distrettuale James Boasberg aveva già concluso che l’interesse dei procuratori verso il progetto di ristrutturazione della Fed fosse “pretestuale”.
La frase più dura del messaggio sta proprio nella conclusione: se i procuratori vogliono contestare quella decisione, hanno a disposizione i tribunali; non è appropriato tentare di aggirarla. È una presa di posizione molto netta, che trasforma un semplice scambio tecnico in un vero scontro sulla legittimità dell’azione investigativa. La Fed, in sostanza, non sta solo difendendo il proprio cantiere, ma sta difendendo il principio per cui un’indagine non può trasformarsi in uno strumento di pressione informale fuori dai binari giudiziari.
Il Congresso si spacca, ma l’opposizione all’indagine è bipartisan
Un altro elemento rilevante è che l’inchiesta ha incontrato resistenze bipartisan al Congresso. Questo punto merita attenzione perché segnala che la vicenda non viene percepita soltanto come uno scontro tra democratici e repubblicani, ma come un caso in cui la tensione istituzionale supera i confini ordinari della lotta partitica.
Emblematica, in questo senso, la reazione del senatore repubblicano Thom Tillis, figura chiave della Commissione bancaria del Senato. Tillis ha rilanciato sui social un articolo del Wall Street Journal sulla visita dei procuratori, accompagnandolo con un’immagine dei Three Stooges e la didascalia: “The U.S. Attorney’s Office for D.C. at the crime scene.” Il sarcasmo del messaggio lascia poco spazio ai dubbi: una parte del Partito Repubblicano considera l’operazione più una messinscena che un’indagine fondata.
Lo stesso Tillis ha già fatto sapere che non voterà alcuna nomina alla Fed finché l’indagine non sarà abbandonata. È un fatto di grande rilievo, perché trasforma l’inchiesta in un boomerang politico: invece di facilitare il ricambio voluto da Trump, rischia di bloccarlo.
Il cuore della controversia: i costi della ristrutturazione
Formalmente, l’indagine ruota attorno a una breve testimonianza resa da Powell lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato, quando gli fu chiesto conto dei superamenti di costo nella vasta ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve. Le stime più recenti della banca centrale indicano un costo complessivo di 2,5 miliardi di dollari, circa 600 milioni in più rispetto alla previsione del 2022, che si fermava a 1,9 miliardi.
Questo scostamento ha offerto il pretesto politico e investigativo per aprire il caso. Ma proprio il fatto che, a oggi, non siano emerse prove di reato rende l’intera operazione sempre più difficile da leggere come una normale verifica amministrativa. Il tema dei costi esiste, ma il salto verso una contestazione penale appare, almeno allo stato attuale, privo di base solida.
Trump rilancia: se Powell resta, “dovrò licenziarlo”
La nuova visita dei procuratori arriva inoltre in un momento particolarmente sensibile, perché Trump è tornato a minacciare apertamente Jerome Powell. Intervistato da Fox Business, il presidente ha dichiarato che, se Powell dovesse decidere di restare nel board della banca centrale dopo la scadenza del mandato da presidente il mese prossimo, allora “dovrò licenziarlo”.
È un’affermazione di enorme peso politico. Powell, infatti, terminerà il mandato da chairman il 15 maggio, ma il suo mandato come membro del board della Fed scade solo a gennaio 2028. Ciò significa che, in assenza di dimissioni, potrebbe continuare a sedere nell’organo di governo della banca centrale ancora per anni. Ed è proprio questa eventualità che Trump sembra voler impedire.
Da mesi il presidente punta a rimuovere Powell dalla guida della Fed, accusandolo di essere stato troppo lento nel tagliare i tassi di interesse e quindi di non aver sostenuto a sufficienza l’economia americana con una spinta monetaria più aggressiva. Powell, da parte sua, ha sostenuto che l’indagine sia un pretesto per minare l’indipendenza della Federal Reserve nella definizione della politica monetaria.
Powell, Warsh e la battaglia per il controllo della Fed
Il caso, dunque, non riguarda più soltanto un cantiere e i suoi extracosti. Riguarda il controllo politico della banca centrale americana. Warsh, il candidato scelto da Trump per succedere a Powell, vede la propria conferma rallentata proprio a causa di questa indagine. Powell, invece, si trova al centro di una pressione crescente che non si limita a contestarne le decisioni sui tassi, ma mette in discussione persino la sua permanenza futura all’interno del board.
La situazione è paradossale: un’indagine che avrebbe dovuto forse indebolire Powell e facilitare la transizione sta finendo per complicare il percorso di Warsh e irrigidire ulteriormente il confronto tra Casa Bianca, Senato e Federal Reserve. Più cresce la percezione che il procedimento sia strumentale, più diventa difficile usarlo come leva politica senza subirne i contraccolpi.
Una battaglia che va oltre Powell
In ultima analisi, la vicenda racconta molto più di una disputa personale tra Trump e Powell. Racconta una battaglia sul perimetro dell’autonomia della Federal Reserve, sul confine tra controllo politico e indipendenza tecnica, e sul modo in cui il potere esecutivo tenta di influenzare la politica monetaria anche attraverso la pressione giudiziaria e istituzionale.
La visita respinta dei procuratori al cantiere è, in questo senso, un episodio altamente simbolico. Mostra un’inchiesta che continua a muoversi anche dopo aver ammesso di non aver trovato prove di reato. Mostra una Fed che reagisce alzando il livello dello scontro legale. Mostra un Congresso che, almeno in parte, non segue automaticamente la Casa Bianca. E mostra infine un presidente determinato a liberarsi di Powell anche oltre la scadenza formale del suo mandato da chairman.
Il significato politico della giornata
Il punto più rilevante di questa giornata è forse proprio questo: l’offensiva contro Powell non si sta indebolendo, ma sta cambiando forma. Non passa più soltanto dalle critiche sulla politica dei tassi, ma da una combinazione di indagine, pressione pubblica, minacce di rimozione e tentativi di accelerare il ricambio alla guida della Fed.
Eppure, proprio questa intensificazione del conflitto rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Perché se l’inchiesta continua a essere percepita come priva di basi criminali solide e motivata da finalità politiche, allora Powell potrebbe non uscirne isolato, ma rafforzato come simbolo dell’indipendenza della banca centrale. E Warsh, invece di avanzare, potrebbe restare bloccato in una partita che si complica ogni giorno di più.
In questo scenario, il cantiere da 2,5 miliardi di dollari non è più soltanto un progetto edilizio fuori controllo. È diventato il terreno simbolico sul quale si sta combattendo una delle battaglie istituzionali più delicate dell’America di oggi.