La settimana compresa tra il 27 aprile e il primo maggio si è chiusa con mercati finanziari costretti a muoversi dentro un equilibrio estremamente instabile: da un lato l’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con il nodo dello Stretto di Hormuz diventato il principale canale di trasmissione del rischio; dall’altro un calendario fitto di decisioni delle banche centrali, dati macroeconomici e trimestrali delle grandi società tecnologiche. Il risultato è stato un mercato nervoso, volatile, ma non privo di resilienza, in cui la paura di uno shock inflazionistico globale ha convissuto con il sostegno arrivato dagli utili delle mega-cap e dall’idea che la diplomazia, seppur fragile, non fosse ancora del tutto fuori gioco.
Il tema dominante è stato il petrolio. L’inasprimento dello scontro tra Washington e Teheran, il rischio di un blocco prolungato e le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz hanno spinto il greggio al rialzo nella prima parte della settimana, con il WTI arrivato sopra i 106 dollari e il Brent oltre i 111 dollari. Questo movimento ha immediatamente complicato il quadro per le banche centrali: un prezzo dell’energia più alto significa inflazione più persistente, margini più stretti per tagliare i tassi e, in alcuni casi, persino il ritorno del dibattito su nuovi rialzi. Nella seconda parte della settimana, tuttavia, il petrolio ha corretto grazie a segnali di diplomazia, al coinvolgimento di Pakistan, Giappone e India nella gestione dei canali di transito e alla consegna di una nuova proposta iraniana agli Stati Uniti.