Domani (24 ottobre) negli Stati Uniti verrà pubblicato un dato cruciale sull’inflazione: l’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC, o CPI) sia nella misura “headline” (inflazione complessiva) sia in quella “core” (al netto di alimentari ed energia) su base annuale. Questa pubblicazione avviene in un contesto anomalo, con il governo federale in shutdown che ha bloccato molti altri report economici. Nell’articolo esaminiamo perché il CPI viene diffuso nonostante lo stallo amministrativo, quanto sia importante questo dato per la Federal Reserve e cosa si aspettano gli analisti (inclusi Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley e altri) in termini di cifre. Infine, analizzeremo le possibili reazioni sui mercati finanziari – in particolare su oro, dollaro e anche sul mercato azionario – alla luce sia dell’uscita del dato che dei movimenti registrati di recente in questi asset.
Perché il CPI esce nonostante lo shutdown
Negli Stati Uniti il nuovo anno fiscale è iniziato il 1° ottobre senza un accordo di bilancio in Congresso, causando la sospensione di molte attività federali. Ciò ha interrotto la raccolta e pubblicazione di vari indicatori economici (occupazione, PIL, ecc.) da parte degli enti statistici governativi. Tuttavia, l’Ufficio Statistiche del Lavoro (BLS) ha fatto sapere che rilascerà comunque il rapporto sul CPI di settembre venerdì 24 ottobre (originariamente previsto per il 15). Si tratta di un’eccezione motivata da obblighi legali: questo dato è necessario all’agenzia di Social Security per calcolare l’adeguamento annuale delle pensioni (COLA) entro scadenze fissate per legge In altre parole, alcune unità del BLS sono state richiamate in servizio temporaneamente proprio per garantire l’uscita dell’inflazione di settembre, mentre gli altri report resteranno fermi finché non riprenderà il finanziamento governativo.
Questa situazione sottolinea l’importanza particolare del CPI: pur in uno shutdown che ha “oscurato” gran parte dei dati economici, l’inflazione doveva essere resa pubblica per le sue implicazioni normative e sociali. Per gli osservatori di mercato, è un’occasione rara di ottenere un nuovo dato “ufficiale” in un periodo altrimenti buio, e l’attenzione è quindi altissima.
Un dato cruciale per la Fed
Il dato CPI di domani assume un peso specifico notevole anche per la Federal Reserve. La banca centrale americana si riunirà la settimana prossima (il 28-29 ottobre) per decidere sui tassi, ma a causa dello shutdown andrà al meeting in gran parte “alla cieca” su molte tendenze economiche. In particolare, manca completamente il quadro aggiornato del mercato del lavoro – il rapporto occupazionale di inizio ottobre non è uscito – e altri indicatori di spesa e investimento sono congelati. In questo contesto, l’inflazione è una delle poche luci accese su cui i policymaker possono fare affidamento, per cui il nuovo CPI “aiuterà molto” a definire la strategia monetaria.
Va ricordato che la Fed ha già iniziato ad allentare i tassi: a settembre ha effettuato il primo taglio dal 2024, abbassando i Fed Funds di 25 punti base (ora nel range ~4%), nel tentativo di sostenere un mercato del lavoro in indebolimento. Il consensus di mercato dà per probabile un altro taglio di 0,25% alla riunione di ottobre (probabilità intorno al 90% secondo il FedWatch) e ulteriori riduzioni entro fine anno. Tuttavia, i funzionari Fed sono divisi sul ritmo ottimale di queste mosse: un’inflazione ancora alta potrebbe frenare o quantomeno far esitare alcuni membri riguardo a ulteriori tagli aggressivi. Ad esempio, il core PCE (l’indice d’inflazione “preferito” dalla Fed) è risalito al 2,7% ad agosto dal 2,3% di primavera, e le proiezioni interne lo vedono al ~3,0% a fine anno – segno che l’obiettivo del 2% è ancora lontano. Dunque, se il CPI di domani dovesse confermare pressioni persistenti sui prezzi, la Fed “potrebbe dover pensarci due volte” prima di accelerare il ciclo di tagli. Non a caso, il governatore Christopher Waller ha definito il report CPI un input fondamentale e ha persino esortato il BLS a pubblicare anche i dati occupazionali raccolti (ma non rilasciati) durante lo shutdown. In sintesi, per la Fed questo CPI sarà un termometro indispensabile dell’economia in un momento di parziale “buio informativo”.
Le previsioni di inflazione: standard vs core
Cosa si aspettano gli analisti dal dato di domani? In generale, si prevede un’inflazione annua in risalita rispetto al mese precedente, ma non di molto. Il consensus degli economisti indica un CPI headline (inflazione generale) intorno al +3,1% a/a per settembre, in aumento dal +2,9% registrato ad agosto. Sarebbe il tasso più elevato da quasi un anno, segnalando un temporaneo re-acceleration dei prezzi su base annua. Su base mensile, il CPI totale è atteso in crescita di circa +0,3-0,4% rispetto ad agosto, ritmo simile a quello del mese precedente (alimentato dall’aumento dei carburanti durante l’estate).
Per l’inflazione core (al netto di alimentari ed energia), la previsione mediana è di un valore stabile attorno al +3,1% annuo, cioè grosso modo invariato rispetto al +3,1% di agosto. In termini congiunturali, Goldman Sachs stima un incremento +0,26% m/m dei prezzi core a settembre, in rallentamento dal +0,35% di agosto. Altri previsori (ad esempio FactSet) indicano un core CPI mensile di circa +0,3%, cifra che manterrebbe la variazione annua appunto sui ~3,1%.
Ecco alcune proiezioni dettagliate dalle maggiori istituzioni finanziarie:
Goldman Sachs: gli economisti GS si aspettano un aumento di +0,3% su base mensile sia per l’indice headline che per il core nel mese di settembre, con l’inflazione core annua stabile al +3,1%. Goldman osserva segnali di raffreddamento in alcune componenti: ad esempio prezzi delle auto (nuove e usate) e tariffe aeree in calo rispetto ai mesi precedenti, nonché un’ulteriore rallentamento dell’inflazione degli affitti grazie al raffreddamento del mercato immobiliare. Tuttavia, mette in guardia che i nuovi dazi all’importazione introdotti dall’amministrazione Trump potrebbero iniziare a spingere al rialzo i prezzi di determinati beni (abbigliamento, arredamento, ecc.). In sintesi, Goldman prevede un quadro di core inflation moderatamente positivo ma con sacche di pressione sui beni tradables causate dai dazi.
J.P. Morgan: pur non avendo divulgato pubblicamente un numero preciso per l’annuale di settembre, JPMorgan sembra allinearsi a stime simili. In precedenza i loro analisti hanno previsto aumenti intorno a +0,28-0,30% mensile per il CPI core, segno che anche per settembre ci si aspetta un valore nell’ordine del +0,3% m/m. JPMorgan ha anche commentato che l’inflazione dovrebbe gradualmente ridiscendere verso fine anno, pur riconoscendo possibili picchi transitori attorno al 3-4% annuo nel breve termine (complice ad esempio l’effetto delle tariffe). Sul fronte dei mercati, le previsioni di JPM per ora non vedono sorprese inflazionistiche tali da deviare la Fed dal percorso di tagli dei tassi già annunciati.
Morgan Stanley: gli strateghi di Morgan Stanley sottolineano il carattere “sticky” dell’attuale inflazione USA. Pur essendo scesa dai picchi del 2022, l’inflazione si è bloccata attorno al 3% e fatica a calare ulteriormente. A dicembre l’IPC core era ancora al 3,2% e da lì è rimasto nell’intorno del 3% per tutto il 2025 – un livello ben superiore al target Fed del 2%. Morgan Stanley evidenzia che molte previsioni (inclusa la stessa Fed nei suoi Outlook ufficiali) hanno dovuto essere riviste al rialzo man mano che l’inflazione si è rivelata più persistente del previsto. Dunque, anche per il dato di settembre MS non esclude sorprese al rialzo. In generale, la loro view è che l’inflazione USA potrebbe chiudere l’anno poco sotto il 3% e restare sopra il 2% ancora a lungo, a meno di una recessione marcata. Sul fronte qualitativo, MS concorda che alcuni fattori politici (dazi commerciali, spesa pubblica in deficit, restrizioni all’immigrazione) stanno alimentando una certa pressione strutturale sui prezzi nel medio termine.
Altri: da segnalare il commento di RBC Capital Markets, secondo cui si sta osservando un “ritardo di pass-through” dei dazi nei prezzi core, specie per i beni. Gli economisti RBC notano che il 45% dei beni nel paniere CPI ora mostra aumenti annui ≥3%, sintomo che le pressioni inflazionistiche si sono nuovamente ampliaterispetto a qualche mese fa. Questo fenomeno – insieme alla tenuta della crescita economica in alcuni settori – potrebbe spiegare perché l’inflazione core non accenna ancora a scendere verso il 2%. Anche Bank of America e altri primary dealers hanno pubblicato stime in linea con il consensus (core CPI ~0,3% m/m); nessuna grande banca prevede un dato clamorosamente fuori range, ma dopo la sorpresa al rialzo di agosto (quando l’inflazione mensile accelerò più del previsto) la cautela è d’obbligo.
In sintesi, il dato atteso per settembre dovrebbe confermare che l’inflazione USA resta ostinatamente sopra il target. Un CPI headline attorno al 3,1% e un core al 3,1% significherebbero che, nonostante i rialzi dei tassi dell’ultimo anno, i prezzi al consumo crescono ancora a un ritmo ben superiore al 2%. Questo manterrebbe viva la preoccupazione di alcuni membri Fed sul rischio di “inflazione cronicamente alta”, potenzialmente rallentando la traiettoria di allentamento monetario. D’altro canto, confermerebbe anche la tenuta della domanda in alcuni comparti (data la capacità delle imprese di alzare i prezzi), il che per i mercati potrebbe essere interpretato in modo misto – positivo per gli utili aziendali nominali, ma negativo perché implica tassi reali meno in calo. Vediamo quindi come potrebbero reagire i principali asset finanziari.
Impatti attesi sul prezzo dell’oro
L’oro è stato uno dei protagonisti del 2025, mettendo a segno un rally eccezionale. A metà ottobre le quotazioni hanno segnato un record storico a 4.381 $/oncia, con un guadagno di circa +57% da inizio anno. Questo balzo riflette una combinazione di fattori: rinnovate tensioni geopolitiche (in particolare il conflitto in Medio Oriente che alimenta acquisti “rifugio”), incertezza economica globale, aspettative di ribasso dei tassi USA e acquisti sostenuti di oro da parte delle banche centrali di molti Paesi. In effetti, l’oro è tradizionalmente considerato un bene rifugio e una copertura contro rischi sia inflattivi che geopolitici; in più, essendo un asset privo di rendimento, beneficia di contesti di tassi d’interesse in calo (costo-opportunità minore).
Negli ultimi giorni, il mercato dell’oro ha mostrato grande volatilità: dopo i massimi storici, c’è stata una brusca correzione (fino a -6% in un solo giorno, la peggiore dal 2020), seguita però da un nuovo rimbalzo. Alla chiusura di ieri l’oro spot oscillava intorno ai 4.130 $/oz, in ripresa di circa +1% sulla scia di rinnovati timori geopolitici (sanzioni alla Russia, tensioni commerciali con la Cina) e in attesa dei dati inflattivi USA.
Come potrebbe reagire l’oro al dato CPI? Molto dipenderà dall’impatto del numero sull’outlook dei tassi Fed e sul dollaro. Se l’inflazione dovesse sorprendere al rialzo (es. un core ben sopra il 3.1%), i mercati potrebbero rivalutare la possibilità di tagli aggressivi dei tassi: aspettative di politica monetaria meno accomodante tendono a raffreddare l’oro, sia perché mantengono più elevati i rendimenti reali (rendendo l’oro meno competitivo) sia perché un’inflazione più alta può rafforzare temporaneamente il dollaro. Tuttavia, data la situazione attuale, è improbabile che la Fed inverta totalmente la rotta su un singolo dato: quindi uno scostamento moderato (es. 3.3% vs atteso 3.1%) potrebbe non bastare a invertire il trend di fondo dell’oro; ricordando ovviamente l'aspetto qualitativo del report.
Al contrario, se il CPI risultasse in linea o inferiore alle attese, confermando che l’inflazione non sta sfuggendo di mano, i mercati si sentiranno più sicuri che la Fed proseguirà coi tagli. In tal caso, l’oro avrebbe ulteriore spinta rialzista: tassi in discesa e dollaro debole creano infatti un contesto ideale per il metallo giallo. Inoltre, un’inflazione moderata unita a rischi geopolitici persistenti sarebbe lo scenario migliore per l’oro, offrendo sia la narrativa di hedgecontro eventi avversi sia quella di protezione dal graduale erosione monetaria.
Da monitorare anche la domanda concreta: recentemente gli strategisti notano una partecipazione corale al rally dell’oro. Banche centrali globali hanno accumulato oro al punto che, per la prima volta dal 1996, le riserve auree globali hanno superato (in valore) la quota di riserve in Treasury USA. Anche gli ETF legati all’oro hanno registrato afflussi record (26 miliardi di $ nel solo terzo trimestre). Questo supporto istituzionale potrebbe continuare se la situazione macro rimane incerta. D’altro canto, con l’oro a questi livelli di prezzo, c’è il rischio di distruzione di domanda: i settori industriali e la gioielleria (che assorbe ~40% della domanda) mostrano segni di sofferenza per i prezzi alti. Se l’oro continuasse a salire troppo in fretta, alcuni acquirenti potrebbero defilarsi, frenando il rally.
Le grandi istituzioni finanziarie restano comunque ottimiste sul medio termine per l’oro. J.P. Morgan ad esempio prevede che il prezzo medio dell’oro possa raggiungere circa 5.050 $/oz nel quarto trimestre 2026, sulla base di persistenti acquisti di investitori e banche centrali nei prossimi anni. Morgan Stanley ha recentemente rivisto al rialzo la sua previsione per fine 2026 portandola a 4.400 $/oz (dal precedente target di 3.313 $), segnalando ulteriore upside di un +10% circa dai livelli di inizio ottobre. Naturalmente, molto dipenderà dall’andamento effettivo dell’inflazione e dei tassi: se il dollaro dovesse sorprendere con nuova forza o la Fed interrompere i tagli, l’oro potrebbe temporaneamente perdere slancio. Ma, come commenta Amy Gower di Morgan Stanley, “gli investitori guardano all’oro non solo come copertura dall’inflazione, ma come barometro di tutto, dalla politica delle banche centrali al rischio geopolitico”. Finché questi fattori resteranno attuali, l’oro dovrebbe mantenere un bias positivo.
Il cambio del dollaro USA tra tassi e rischi
Anche il dollaro americano è sotto i riflettori, dato il forte legame tra inflazione, politica Fed e valore del biglietto verde. Nel 2025 il dollaro ha vissuto una sorta di inversione di tendenza rispetto a una lunghissima fase di forza. Dopo un quindicennio di ciclo rialzista, infatti, il dollaro si è indebolito sensibilmente: nei primi sei mesi del 2025 il Dollar Index (DXY) ha perso circa -11% del suo valore, registrando la maggior discesa semestrale da oltre 50 anni. Questo ha portato il DXY da punte attorno a 110 (a inizio anno) fino in area 98-99 a metà ottobre. La causa principale è il cambiamento di regime della Fed: il passaggio da rialzi a tagli di tasso ha ridotto il differenziale di rendimento a favore degli asset in USD, togliendo supporto al dollaro. A ciò si aggiungono alcune incertezze di policy (ad es. le nuove spese fiscali e i dazi) che possono aver minato la fiducia di lungo termine nella valuta.
Verso fine estate il dollaro ha tentato un rimbalzo tecnico (alimentato anche da nuove tariffe USA che hanno creato flussi di copertura e da un momentaneo aumento dei rendimenti decennali). Ad agosto il DXY è risalito di circa +3% dai minimi, complici tassi long term USA in risalita e qualche segnale di crescita economica migliore del previsto (che ha portato capitali esteri verso gli USA nel terzo trimestre). Tuttavia, gli strateghi ritengono che questo recupero sia destinato a rimanere limitato: Morgan Stanley segnala che il dollaro “potrebbe affrontare ostacoli a ulteriori rafforzamenti” e anzi perdere un altro ~10% entro il 2026. In pratica, con la Fed in modalità espansiva e possibili venti contrari politici (discussioni sul debito pubblico USA, tensioni commerciali, ecc.), molti investitori internazionali hanno iniziato ad coprirsi dal rischio cambio, riducendo l’esposizione non coperta al dollaro nei loro portafogli USA. Questo processo di hedging potrebbe accentuare la debolezza del biglietto verde andando avanti.
Allo stato attuale, i mercati scontano già diversi tagli Fed e dunque un contesto di dollaro tendenzialmente più debole nel medio periodo. Lo si è visto chiaramente nel comportamento recente dell’oro: gli investitori stanno spostando parte dei loro asset rifugio dal dollaro all’oro, anticipando un indebolimento del dollaro man mano che la crescita USA rallenterà e i tassi caleranno. Un dollaro più debole inoltre rende le commodity (prezzate in USD) meno costose per gli acquirenti internazionali, fornendo ulteriore sostegno al rally di materie prime come l’oro e il petrolio.
Detto ciò, nel brevissimo termine la reazione del dollaro al dato CPI può andare in entrambe le direzioni. Se l’inflazione di domani risultasse molto sopra le attese, i trader potrebbero interpretarla come segnale che la Fed non può allentare troppo in fretta: questo probabilmente innescherebbe acquisti di dollari (essendo il dollaro sensibile a prospettive di tassi più alti/meno bassi). Al contrario, un CPI conforme o più basso del previsto toglierebbe un motivo di preoccupazione, confermando il percorso dovish: ciò potrebbe portare a vendite di dollari e far toccare nuovi minimi al Dollar Index. In altri termini, un’inflazione sotto controllo libererebbe la strada per i tagli Fed – scenario tipicamente negativo per il dollaro.
Va comunque evidenziato che il contesto globale di rischio può temporaneamente alterare queste dinamiche: il dollaro rimane la valuta rifugio globale, quindi in caso di shock improvvisi (guerre, crisi finanziarie) può rafforzarsi anche in un periodo di tassi calanti. Questo è un po’ quanto osservato di recente: nonostante la traiettoria ribassista di fondo, il dollaro ogni tanto ha avuto fiammate di forza durante giornate di risk-off. Ad esempio, all’annuncio di nuovi dazi USA o di sanzioni internazionali, l’USD ha beneficiato di flussi di avversione al rischio a scapito di valute emergenti. In assenza di shock, però, la view prevalente è che il dollaro continuerà a indebolirsi gradualmente nei prossimi trimestri. Un membro chiave di questo puzzle sarà proprio l’inflazione: se davvero, come molti pensano, “il peggio è passato” e i prezzi inizieranno a moderare (pur lentamente) verso il 2-3%, la Fed si sentirà autorizzata a tagliare aggressivamente, e ciò manterrà il dollaro su un sentiero discendente. Viceversa, un’inflazione ostinata sopra il 3% potrebbe ancora regalare qualche ultima fiammata di forza al biglietto verde finché il mercato non sarà certo che la Fed non tornerà hawkish.
In definitiva, per i trader valutari il CPI di domani è uno degli ultimi dati chiave dell’anno: potrà confermare o smentirela narrativa corrente di un dollaro in indebolimento. Molti gestori di fondi stanno tarando le loro strategie di copertura valutaria proprio in base a questi segnali. Come nota Morgan Stanley, anche un dollaro semplicemente stabile (sideways) sarebbe una novità dopo anni di ascesa, e già l’assenza di ulteriore apprezzamento rimuoverebbe un vento contrario che pesava su molti mercati, emergenti e sulle commodity. Per contro, chi investe in euro o yen dovrà valutare se il dollaro “a sconto” rappresenti un’opportunità di acquisto sul lungo termine o se convenga mantenere la copertura in attesa di livelli ancora più bassi.
Reazioni del mercato azionario
Il mercato azionario americano si trova in una fase particolare, stretto tra il miglioramento delle condizioni finanziarie (grazie ai tassi in calo) e alcune incertezze macro (crescita più lenta, rischi politici). Fino a inizio ottobre, Wall Street ha mostrato una discreta resilienza: gli indici hanno segnato nuovi massimi pluriennali, con l’S&P 500 arrivato oltre quota 6600 punti e il Nasdaq anch’esso vicino ai massimi storici. La prospettiva di tagli Fed è stata un driver importante di questo rally estivo, compensando le preoccupazioni per utili aziendali in stallo.
Tuttavia, nelle ultime settimane la volatilità è aumentata. Alcuni fattori hanno scosso la fiducia degli investitori: ad esempio, sorprese negative nel settore bancario (importanti banche hanno rivelato aumenti di perdite su crediti, alimentando timori sul credito) e il riacutizzarsi delle tensioni commerciali USA-Cina hanno innescato vendite a inizio ottobre. Inoltre, il rischio di un prolungato shutdown governativo – con possibili effetti sull’economia reale se i dipendenti federali restano senza stipendio a lungo – ha aggiunto un elemento di cautela. In questo contesto, lo stock market è diventato più sensibile ai dati: un dato forte o debole può spostare rapidamente le aspettative su Fed e crescita, generando rapidi rally o sell-off.
Come reagirà dunque la Borsa USA al dato di inflazione? Probabilmente con un ragionamento di questo tipo:
Inflazione entro le attese: sarebbe lo scenario “Goldilocks” per le azioni. Un CPI core ~3.1% senza brutte sorprese suggerisce che la Fed potrà continuare a tagliare i tassi con calma, riducendo il costo del capitale. Al contempo, l’inflazione non così bassa indica che l’economia non è in caduta libera (c’è ancora potere di prezzo), quindi gli utili nominali delle aziende possono crescere. In questo equilibrio, ci si aspetta una reazione favorevole: probabile rialzo dei listini, con settori growth (tecnologia, consumi discrezionali) avvantaggiati dal calo dei tassi, e settori value/ciclici sostenuti dall’idea che la domanda regge. Già nelle scorse settimane gli operatori sembravano scommettere su questo scenario, mantenendo gli indici vicino ai massimi.
Inflazione sopra le attese: se invece il CPI dovesse risultare più alto (es. >3.3% core), il primo effetto sarebbe probabilmente un aumento dei rendimenti obbligazionari (per aspettative di Fed meno accomodante). Tassi in risalita tendono a pesare soprattutto sulle azioni growth (che hanno valutazioni più sensibili ai tassi), dunque potremmo vedere pressione ribassista su titoli tech e simili. In generale, un’inflazione più “calda” ridurrebbe la fiducia nel proseguimento del rally azionario, perché farebbe temere che la Fed possa rallentare o sospendere i tagli per evitare di riaccendere l’inflazione. Detto ciò, molto dipenderà dall’entità della sorpresa: se parliamo di uno scarto moderato (0,2-0,3% in più del previsto), i mercati potrebbero anche assorbirlo, specie se altri indicatori (come le trimestrali aziendali di fine ottobre) risultassero solidi. Alcuni strategist notano che “un CPI un po’ più caldo difficilmente scoraggerà la Fed dal tagliare, almeno nel breve”, dato che la priorità ora è sostenere la crescita. In tal senso, l’impatto negativo su Wall Street potrebbe essere limitato e di breve durata, finché l’inflazione resta nell’orbita del 3%.
Inflazione sotto le attese: paradossalmente, un CPI nettamente più basso (es. core sotto il 2.8%) potrebbe generare una reazione di breve non univoca. Da un lato, i tassi di mercato scenderebbero ulteriormente (ottima notizia per le azioni, specialmente le più indebitate o growth). Dall’altro, però, gli investitori potrebbero interrogarsi sul motivodi un calo così rapido dei prezzi: se fosse sintomo di domanda in calo bruscamente o recessione in avvio, le aspettative sugli utili aziendali ne risentirebbero. In pratica, il mercato dovrebbe capire se l’inflazione più bassa è “buona” (cioè cade perché l’offerta migliora e i costi energetici scendono) o “cattiva” (cade perché nessuno spende più). Nel primo caso (scenario benigno), ci sarebbe spazio per un forte rally azionario alimentato da “lower inflation + lower rates”. Nel secondo caso (timori recessivi), potremmo invece vedere una rotazione difensiva: acquisti su settori come utility, farmaceutici e vendite sui ciclici, se non addirittura una correzione generale se il mercato teme un hard landing. Al momento, pochi si aspettano un CPI davvero basso, quindi questo scenario avrebbe un impatto shock.
In aggiunta all’inflazione, il mercato azionario starà attento anche ad altri eventi imminenti: ad esempio, la stagione degli utili trimestrali (in corso) e gli sviluppi sul fronte politico (negoziati sul bilancio per sbloccare lo shutdown, elezioni in arrivo l’anno prossimo, ecc.). Questi fattori potrebbero attenuare o amplificare l’effetto del dato CPI. Se, ad esempio, molte aziende fornissero outlook cauti a causa dell’incertezza economica, un’inflazione alta aggraverebbe il sentiment negativo. Viceversa, guidance rassicuranti dalle società combined con un CPI benigno darebbero probabilmente slancio a un rally di fine anno.
In conclusione, il dato di inflazione di domani rappresenta un crocevia importante anche per Wall Street: contribuirà a chiarire se lo scenario “soft landing” (inflazione in calo graduale senza recessione grave) è ancora plausibile. Le banche d’investimento finora rimangono moderatamente ottimiste sull’azionario, ritenendo che la Fed riuscirà a tagliare tassi senza far deragliare la crescita. Ma molto dipenderà da numeri come quello di domani. Un investitore generale e i trader dovranno quindi seguire con attenzione l’uscita del CPI e leggere tra le righe: la reazione iniziale del mercato può essere volatile, ma ciò che conterà davvero saranno le implicazioni a medio termine che il dato avrà su Fed, dollaro e consumi. In uno scenario ideale, l’inflazione fornirà un ultimo tassello per confermare che l’economia USA può raffreddarsi quel tanto che basta da domare i prezzi, senza spegnere l’espansione. Questo è, in fondo, ciò che sperano sia la Federal Reserve che gli investitori – e il motivo per cui il CPI di settembre 2025 è così atteso e carico di significati.