Recap Sessione Asiatica: 09 Marzo 2026

Scritto il 09/03/2026
da Redazione Forex Gump


La sessione asiatica del 9 marzo 2026 si è aperta sotto il segno di una violenta avversione al rischio, in un contesto in cui la guerra con l’Iran è entrata nella sua seconda settimana senza alcun segnale di de-escalation. I mercati dell’area Asia-Pacifico hanno subito una pesante ondata di vendite, trascinati da un mix altamente destabilizzante: l’escalation militare in Medio Oriente, l’impennata del greggio fino a sfiorare i 120 dollari al barile, il peggioramento del sentiment globale già compromesso dal deludente report sul lavoro statunitense e il ritorno di un premio geopolitico che si è rapidamente trasferito su valute, materie prime, obbligazioni e indici azionari.


La fotografia della notte asiatica è quella di un mercato che non sta più soltanto reagendo a un conflitto regionale, ma che comincia a prezzare le conseguenze sistemiche di una crisi energetica in piena evoluzione. Il selloff delle Borse, il balzo del dollaro, la debolezza dei bond e la nuova centralità dell’inflazione energetica raccontano tutti la stessa storia: gli investitori stanno abbandonando lo scenario di normalizzazione macroeconomica per entrare in una fase dominata da shock dell’offerta, interruzioni commerciali e crescente incertezza strategica.

 

Il conflitto con l’Iran diventa il motore centrale del rischio globale

 

Il deterioramento del quadro geopolitico ha rappresentato il fattore dominante della sessione. Le dichiarazioni di Donald Trump, che ha promesso che l’Iran sarebbe stato colpito “molto duramente” e che starebbe valutando persino l’impiego di forze speciali per impadronirsi dell’uranio quasi da bomba in possesso di Teheran, hanno alimentato la percezione di un conflitto destinato ad allargarsi anziché a stabilizzarsi. A rendere il quadro ancora più incendiario è stata la concomitanza di sviluppi militari e politici estremamente sensibili: i raid iraniani contro Israele e contro vicini del Golfo, gli attacchi e le intercettazioni registrate tra Qatar, Bahrain, Emirati, Kuwait e Arabia Saudita, il danno all’impianto di desalinizzazione in Bahrein, il coinvolgimento del traffico energetico nello Stretto di Hormuz e, sul piano interno iraniano, la scelta di Mojtaba Khamenei come nuovo Leader Supremo, immediatamente sostenuta dai Pasdaran.

 

Questo insieme di eventi ha prodotto un effetto preciso sui mercati: la crisi non è stata letta come un episodio isolato, ma come l’inizio di una fase di instabilità prolungata, con il rischio di coinvolgimento crescente di attori regionali e potenze esterne. Anche il riposizionamento militare statunitense, incluso il movimento della USS Gerald R. Ford verso il Mar Rosso, e la messa in stato di prontezza avanzata di una portaerei britannica hanno rafforzato la sensazione che il conflitto stia assumendo una dimensione strategica più ampia. In questo contesto, gli operatori hanno reagito riducendo esposizione al rischio e cercando protezione negli asset rifugio tradizionali, a cominciare dal dollaro.

 

Borse asiatiche in caduta: il mercato sconta il doppio colpo di guerra e shock energetico

 

Le piazze azionarie dell’Asia-Pacifico hanno archiviato una delle sessioni più tese delle ultime settimane. Il tonfo è stato generalizzato, ma con differenze significative tra i vari listini. In Australia, l’ASX 200 è crollato in apertura, con perdite diffuse in quasi tutti i settori e con la sola energia capace di beneficiare della fiammata del petrolio. Il messaggio lanciato dal mercato australiano è stato chiaro: in una fase dominata da shock energetico e crescita dei costi, perfino le economie esportatrici di materie prime vedono peggiorare l’equilibrio tra prospettive di utili e tenuta del sentiment.

 

In Giappone il colpo è stato ancora più duro. Il Nikkei 225 ha accusato perdite intraday superiori ai 4.000 punti, un movimento che riflette la vulnerabilità del comparto manifatturiero ed esportatore a un contesto di petrolio elevato, disfunzioni nelle rotte commerciali e rafforzamento del dollaro. Per Tokyo, il rincaro energetico rappresenta un problema particolarmente sensibile: aumenta il costo delle importazioni, riduce la visibilità sui margini industriali e complica la traiettoria della domanda interna proprio mentre il paese prova a consolidare una dinamica salariale più robusta.

 

Anche Hong Kong e Shanghai si sono allineate al clima di fuga dal rischio, sebbene la flessione delle piazze cinesi sia stata in parte attenuata da dati di inflazione superiori alle attese. Il mercato ha quindi riconosciuto un elemento di sollievo nella tenuta del quadro dei prezzi in Cina, ma non abbastanza da invertire una direzione dominata da fattori esterni ben più aggressivi. A zavorrare il sentiment sull’azionario cinese ha contribuito inoltre lo scetticismo crescente circa la possibilità che il prossimo summit Trump-Xi possa produrre una vera svolta nei rapporti economici e commerciali tra Washington e Pechino.

 

Il tono della seduta asiatica è stato ulteriormente aggravato dalla prosecuzione delle perdite sui futures statunitensi dopo il report NFP e dalla prospettiva di un’apertura europea molto pesante, con i futures Euro Stoxx 50 in calo del 2,1% dopo che il cash aveva già chiuso venerdì in ribasso dell’1,1%. In altri termini, l’Asia non ha solo reagito a un proprio shock regionale: ha assorbito e rilanciato un’ondata di stress che appare ormai pienamente globale.

 

Petrolio protagonista assoluto: il mercato teme una crisi dell’offerta, non solo un picco speculativo

 

Il vero epicentro finanziario della sessione è stato il petrolio. WTI e Brent hanno superato quota 100 dollari al barile, per poi spingersi fino a sfiorare i 120 dollari, in un balzo intraday di circa il 30% che ha fotografato l’intensità del panico sul lato dell’offerta. A innescare la corsa non è stata soltanto la prosecuzione del conflitto, ma il fatto che le interruzioni abbiano cominciato a produrre effetti tangibili sulla produzione: Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno iniziato a tagliare l’output, mentre la produzione irachena sarebbe crollata di circa il 60% rispetto ai livelli precedenti allo scoppio della guerra, scendendo a 1,7-1,8 milioni di barili al giorno da circa 4,3 milioni.

 

Questo passaggio è decisivo per leggere qualitativamente la seduta. Quando il petrolio sale per timore, i mercati possono ancora sperare in un rapido riassorbimento. Quando invece sale perché l’offerta si contrae davvero, lo shock cambia natura: da finanziario diventa macroeconomico. È esattamente questo il punto emerso nella sessione asiatica. Gli operatori non stanno più solo valutando il rischio di un conflitto; stanno valutando il costo concreto di una riduzione della produzione energetica, di una navigazione compromessa nello Stretto di Hormuz e di una catena logistica globale sottoposta a forte stress.

 

Il successivo ritracciamento del greggio dai massimi, favorito dalle indiscrezioni su una possibile discussione G7 per un rilascio congiunto delle riserve strategiche, ha ridotto solo parzialmente la tensione. Il mercato ha accolto la notizia come un possibile argine tattico, non come una soluzione strutturale. In effetti, la semplice necessità di ricorrere a riserve di emergenza segnala che la situazione è percepita come straordinaria e potenzialmente duratura. Anche i commenti dell’amministrazione americana, che hanno cercato di descrivere il rally del petrolio come un premio della paura destinato a rientrare, non sono bastati a cancellare il messaggio inviato dai prezzi: in questo momento il mercato considera la sicurezza dell’offerta energetica il principale fattore di destabilizzazione globale.

 

Dollaro in rally, yen debole e valute sotto pressione: il rifugio prevale sulla logica tradizionale

 

Sul mercato valutario il movimento dominante è stato il rafforzamento del dollaro, sostenuto da una classica domanda da bene rifugio. Il DXY è balzato con decisione, mentre l’intensificarsi del conflitto, la corsa del greggio e il peggioramento del quadro di rischio hanno spinto gli investitori a privilegiare liquidità e protezione. Il ritorno del dollaro come ancora di stabilità è stato tanto più significativo in quanto si è verificato dopo un report sul lavoro statunitense deludente, che in condizioni normali avrebbe potuto pesare sulla valuta americana.

 

L’euro è arretrato sotto 1,1600 contro il biglietto verde, segno che il mercato ha considerato l’Europa particolarmente esposta alle conseguenze energetiche del conflitto. La sterlina è scesa brevemente sotto 1,3300, penalizzata sia dal rafforzamento generalizzato del dollaro sia dal rumore politico generato dalle recenti critiche di Trump al Regno Unito per il limitato sostegno nei raid contro l’Iran. Ancora più interessante la dinamica dello yen: USD/JPY è salito oltre 158,00, nonostante dati salariali giapponesi più forti delle attese. È un segnale importante, perché mostra come, in questa fase, la forza del dollaro e il differenziale di shock energetico prevalgano perfino su notizie domestiche che normalmente avrebbero potuto sostenere la valuta giapponese.

 

Le valute oceaniche hanno ceduto terreno, ma con perdite in parte contenute dai dati cinesi più solidi del previsto e dal fatto che una nuova fiammata inflazionistica globale tende, almeno in teoria, a rafforzare le aspettative di banche centrali ancora prudentemente hawkish. Anche qui emerge una lettura qualitativa molto netta: il mercato valutario non sta reagendo solo a crescita e tassi, ma alla gerarchia del rischio. E nella gerarchia attuale, il dollaro domina per profondità, liquidità e funzione di rifugio.

 

Obbligazioni in difficoltà: il petrolio cancella l’effetto accomodante del deludente report sul lavoro USA

 

La seduta ha offerto un altro segnale rilevante sul fronte del reddito fisso. I future sul Treasury decennale americano hanno cancellato i guadagni accumulati dopo il brutto report occupazionale di venerdì, segno che il mercato ha rapidamente ricalibrato le proprie priorità. Fino a poche ore prima, la debolezza del lavoro statunitense sembrava riaprire il dibattito su possibili tagli della Fed. Ma il rally del petrolio e il rischio di una nuova ondata inflazionistica hanno cambiato la narrazione: il focus non è più solo sulla crescita in rallentamento, ma sulla possibilità che l’economia debba affrontare contemporaneamente domanda più debole e prezzi dell’energia più alti.

 

Anche in Europa e in Giappone il comparto obbligazionario ha sofferto. I Bund futures sono scesi con decisione sotto 127,00, mentre i JGB decennali si sono mossi in linea con il ribasso globale, accompagnati da rendimenti in aumento. Si tratta di un passaggio macro-finanziario fondamentale: in un tipico scenario di risk-off puro, i bond governativi tendono a beneficiare della fuga verso la qualità. In questa fase, invece, la natura inflazionistica dello shock energetico limita o addirittura ribalta quel meccanismo. Il mercato non vede soltanto rischio geopolitico; vede soprattutto il ritorno di pressioni sui prezzi che possono impedire alle banche centrali di reagire in modo espansivo.

 

Fed, BCE e banche centrali: la guerra complica il sentiero dei tassi

 

La sessione asiatica ha anche rilanciato il dibattito sulla politica monetaria. Negli Stati Uniti, il brutto report sul lavoro di venerdì aveva rafforzato la componente del FOMC favorevole a un allentamento, con Bowman ancora orientata verso 75 punti base di tagli nel 2026 e Miran apertamente convinto che la politica monetaria sia troppo restrittiva e debba tornare verso il neutrale. Tuttavia, le posizioni più prudenti di Hammack, Collins e Schmid hanno trovato nuova linfa nello shock petrolifero: se l’inflazione resta troppo alta o rischia di riaccelerare a causa dell’energia e delle tariffe, tagliare in fretta diventa più difficile anche in presenza di un mercato del lavoro in rallentamento.

 

È qui che la seduta asiatica acquista il suo significato più profondo. I mercati stanno progressivamente scivolando verso una logica da stagflazione: crescita più fragile, occupazione meno brillante, ma prezzi energetici e pressioni inflazionistiche nuovamente in aumento. In uno scenario simile, le banche centrali perdono libertà d’azione. La Fed potrebbe voler sostenere il lavoro, ma rischia di riaccendere l’inflazione. La BCE, come ha ricordato Schnabel, resta in una posizione “buona”, ma deve monitorare con estrema attenzione la persistenza dello shock energetico e i suoi effetti sulle aspettative. In altre parole, la guerra con l’Iran non sta solo scuotendo i mercati; sta complicando l’architettura stessa delle decisioni di politica monetaria.

 

Cina e Giappone: i dati macro offrono spunti, ma non riescono a dominare la narrativa

 

Sul fronte dei dati, la Cina ha fornito un elemento di relativa sorpresa positiva. L’inflazione al consumo di febbraio è salita dell’1,3% annuo, ben oltre lo 0,8% atteso e in netto recupero rispetto allo 0,2% precedente, segnando l’aumento più forte degli ultimi tre anni. Anche i prezzi alla produzione hanno mostrato una contrazione meno marcata del previsto, al -0,9% annuo contro attese di -1,1%. Si tratta di numeri che, in un contesto normale, sarebbero stati letti come una prova di stabilizzazione dell’economia cinese dopo una lunga fase di pressioni disinflazionistiche legate a domanda debole, crisi immobiliare e capacità produttiva in eccesso.

 

Il fatto che questi dati abbiano solo attenuato marginalmente le perdite di Shanghai e Hang Seng mostra quanto il mercato sia oggi dominato da driver geopolitici globali. La Cina manda un segnale di reflazione moderata, ma quel segnale viene sovrastato dalla paura di una crisi energetica che minaccia domanda globale, commercio e fiducia.

 

Dal Giappone, i dati sui salari hanno mostrato una crescita del 3,0% annuo, superiore al 2,5% atteso, mentre i salari reali sono tornati positivi. È un’informazione macroeconomicamente importante, perché suggerisce un miglioramento del potere d’acquisto delle famiglie e offre alla Bank of Japan qualche argomento in più per proseguire, con cautela, lungo la strada della normalizzazione. Tuttavia, anche in questo caso, la reazione di mercato è stata marginale rispetto al peso dello shock energetico. Il rafforzamento salariale giapponese è un segnale costruttivo di medio periodo, ma nel brevissimo i listini e la valuta hanno dovuto fare i conti con petrolio, logistica e dollaro.

 

Il quadro commerciale resta fragile e aggiunge un ulteriore fattore di stress

 

A completare il quadro della sessione asiatica si è aggiunto il fronte commerciale. Le notizie provenienti dagli Stati Uniti e dall’Asia hanno confermato che il contesto globale resta minato anche dalle tensioni tariffarie e industriali. Il fatto che la Corte Suprema abbia dichiarato illegali circa 166 miliardi di dollari di dazi senza che la U.S. Customs and Border Protection sia in grado di rimborsarli immediatamente segnala un livello di frizione amministrativa e politica che continua a pesare sulle relazioni economiche. Allo stesso tempo, il summit tra Trump e Xi viene giudicato da varie fonti improbabile nel produrre un vero reset, mentre Giappone e Corea del Sud cercano di negoziare esenzioni o rinvii rispetto alle nuove minacce tariffarie americane.

 

Questi elementi hanno avuto un effetto preciso sulla seduta: hanno impedito che gli investitori potessero aggrapparsi all’idea di un miglioramento del quadro politico-economico globale. Anzi, in un contesto già destabilizzato dalla guerra, il permanere di frizioni commerciali contribuisce a rendere ancora più fragile la visibilità su crescita, investimenti e catene di approvvigionamento.

 

Una seduta che cambia tono al 2026: dall’attesa sui tassi alla paura di uno shock stagflattivo globale

 

La sessione asiatica del 9 marzo non è stata semplicemente una notte di vendite. È stata la rappresentazione plastica di un cambio di regime nei mercati. Fino a pochi giorni fa, il dibattito ruotava soprattutto attorno al ritmo dei tagli Fed, alla tenuta del mercato del lavoro americano e alla dinamica dell’inflazione core. Ora, improvvisamente, il baricentro si è spostato: guerra, petrolio, sicurezza energetica, rotte marittime, rischio di contagio regionale e nuova rigidità inflazionistica sono tornati a dominare la scena.

 

Questo è il vero messaggio qualitativo della seduta. I mercati non stanno più trattando il conflitto iraniano come un evento esterno da monitorare; stanno iniziando a incorporarlo come variabile centrale del ciclo macro-finanziario globale. Se il greggio resterà elevato e le interruzioni dell’offerta si intensificheranno, la pressione sulle Borse potrebbe proseguire, i rendimenti obbligazionari potrebbero restare vulnerabili e le banche centrali potrebbero trovarsi intrappolate tra la necessità di sostenere economie più fragili e il rischio di alimentare una nuova ondata inflazionistica.

 

L’Asia, in questo senso, ha aperto la settimana lanciando un avvertimento netto al resto del mondo: il mercato sta entrando in una fase in cui la geopolitica non è più rumore di fondo, ma la variabile principale che determina prezzi, flussi e aspettative.