I mercati globali tornano improvvisamente in modalità difensiva. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran sullo Stretto di Hormuz ha provocato un balzo superiore al 4% del petrolio, portando il Brent fino a 108,75 dollari al barile e riaprendo con forza uno scenario che gli investitori speravano di poter progressivamente archiviare: quello di uno shock energetico capace di trasformarsi rapidamente in nuova inflazione.
La reazione attraversa praticamente tutte le principali asset class. I futures di Wall Street arretrano, con il Nasdaq in calo dello 0,8%, le borse asiatiche vengono colpite dal ritorno dell’avversione al rischio e i rendimenti obbligazionari riprendono a salire. Il dollaro rimane vicino ai massimi degli ultimi due mesi, sostenuto contemporaneamente dalla ricerca di sicurezza e dalle aspettative di una Federal Reserve più restrittiva.
La reazione più significativa arriva però dall’oro. Nonostante l’escalation geopolitica, XAU/USD scende ai minimi delle ultime sette settimane: ancora una volta, il mercato sta attribuendo maggiore importanza alla catena petrolio-inflazione-tassi-rendimenti rispetto alla tradizionale domanda di oro come bene rifugio.
