L’oro torna a brillare: il calo del petrolio e la debolezza del dollaro spingono il metallo giallo

Scritto il 04/06/2026
da Redazione Forex Gump


L’oro torna a guadagnare terreno e archivia una seduta positiva in un contesto di mercato caratterizzato da forti contrasti. Il metallo prezioso ha registrato un rialzo superiore all’1%, riportandosi in area 4.483 dollari l’oncia dopo aver toccato minimi intraday a quota 4.424.

A sostenere il recupero del Gold è stata soprattutto la combinazione di tre fattori chiave: il brusco calo del petrolio, l’indebolimento del dollaro statunitense e la discesa dei rendimenti obbligazionari americani.

Il mercato continua a monitorare con attenzione l’evoluzione delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Sebbene nelle ultime ore siano emerse indiscrezioni relative a possibili progressi diplomatici e ad accordi di cessate il fuoco in alcune aree del conflitto, la situazione resta tutt’altro che risolta. La presenza di attori regionali sostenuti dall’Iran e il permanere delle ostilità mantengono elevato il livello di incertezza, alimentando la domanda di beni rifugio come l’oro.

Parallelamente, il petrolio ha subito una forte correzione, con perdite superiori al 4% nella sola giornata. Un movimento che ha immediatamente ridimensionato i timori di una nuova accelerazione inflazionistica globale. Negli ultimi mesi, infatti, il mercato aveva più volte evidenziato come un eventuale blocco delle forniture energetiche dal Medio Oriente potesse tradursi in un aumento dei costi dell’energia e, di conseguenza, in una pressione al rialzo sull’inflazione.

La discesa del greggio ha invece riportato una certa tranquillità tra gli operatori, favorendo gli asset sensibili ai tassi di interesse e permettendo all’oro di recuperare parte delle perdite accumulate nelle sedute precedenti.

Anche il dollaro americano ha contribuito alla forza del metallo giallo. L’indice DXY, che misura la valuta statunitense contro un paniere di sei principali divise internazionali, è sceso sotto quota 100. Storicamente esiste una correlazione inversa tra oro e dollaro: quando il biglietto verde perde valore, l’oro diventa più conveniente per gli investitori che operano con altre valute, aumentando così la domanda internazionale.

Un ulteriore supporto è arrivato dal mercato obbligazionario. Il rendimento del Treasury decennale statunitense è arretrato verso il 4,46%, riducendo il costo opportunità di detenere oro. Poiché il metallo non genera cedole né interessi, rendimenti obbligazionari più bassi tendono generalmente a renderlo più attraente agli occhi degli investitori.

Nel frattempo, l’attenzione resta puntata sulla Federal Reserve. Alcuni esponenti della banca centrale americana hanno mantenuto un tono prudente. Jeffrey Schmid, presidente della Federal Reserve di Kansas City, ha ribadito che l’inflazione continua a rappresentare il principale rischio per l’economia americana e che sarà necessario valutare attentamente se mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto.

Più equilibrato il commento di Mary Daly, presidente della Federal Reserve di San Francisco, secondo cui l’intelligenza artificiale non starebbe attualmente esercitando particolari pressioni né inflazionistiche né deflazionistiche e la politica monetaria si troverebbe in una posizione adeguata.

A influenzare il sentiment degli operatori sono stati anche alcuni segnali di rallentamento provenienti dal mercato del lavoro statunitense. Le nuove richieste di sussidio di disoccupazione sono risultate superiori alle attese, mentre il rapporto Challenger sui licenziamenti ha mostrato un incremento significativo dei tagli occupazionali, con il settore tecnologico responsabile di quasi il 40% delle riduzioni annunciate.

Si tratta di dati che non compromettono ancora la solidità complessiva del mercato del lavoro americano, ma che iniziano a suggerire un graduale raffreddamento dell’economia. Proprio per questo motivo gli investitori attendono con particolare interesse il rapporto sui Non Farm Payrolls in uscita venerdì, uno degli indicatori più importanti per comprendere la direzione futura della politica monetaria della Federal Reserve.

Sul fronte tecnico, il recupero dell’oro assume particolare rilevanza perché è avvenuto in prossimità della media mobile semplice a 200 giorni, collocata intorno a 4.427 dollari. Questo livello viene osservato da molti investitori istituzionali come uno spartiacque tra una fase rialzista e una fase ribassista di lungo periodo.

La capacità del prezzo di difendere questa zona potrebbe rappresentare un primo segnale di stabilizzazione. Tuttavia, il quadro rimane ancora fragile e per assistere a un miglioramento più convincente sarebbe necessario un ritorno stabile sopra i 4.500 dollari.

In caso di conferma del recupero, i prossimi obiettivi tecnici si collocano in area 4.562, dove transita la media mobile a 20 giorni, seguiti dalla soglia psicologica dei 4.600 dollari. Oltre tale livello, l’attenzione si sposterebbe verso la media mobile a 50 giorni in area 4.628.

Al contrario, un ritorno sotto i 4.500 dollari potrebbe riaprire la strada verso il supporto rappresentato dalla media mobile a 200 giorni e successivamente verso il livello psicologico di 4.400 dollari. Una violazione di quest’ultima soglia aumenterebbe significativamente le pressioni ribassiste, con gli operatori che tornerebbero a guardare i minimi registrati nel mese di marzo.

Per il momento, dunque, l’oro beneficia di un mix favorevole composto da petrolio in calo, rendimenti più bassi e un dollaro meno forte. La vera prova del mercato arriverà però con i dati sull’occupazione americana: numeri più deboli del previsto potrebbero rafforzare le aspettative di futuri tagli dei tassi e fornire un ulteriore impulso al metallo prezioso, mentre dati particolarmente robusti rischierebbero di riaccendere la forza del dollaro e limitare il recupero in corso.