I mercati finanziari hanno attraversato una settimana estremamente volatile, nella quale il rischio geopolitico è tornato a rappresentare il principale motore dei prezzi. Gli attacchi contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, la ripresa delle operazioni militari statunitensi contro l’Iran e le successive rappresaglie di Teheran hanno alimentato il timore di un coinvolgimento diretto delle infrastrutture energetiche del Golfo.
Il Brent è salito temporaneamente sopra i 79 dollari al barile, spingendo al rialzo i rendimenti obbligazionari e le aspettative d’inflazione. Nella seconda parte della settimana, tuttavia, le quotazioni hanno restituito parte dei guadagni dopo che gli attacchi sono apparsi concentrati soprattutto su obiettivi militari e non sugli impianti petroliferi.
Le dichiarazioni secondo cui l’Iran avrebbe cercato un nuovo accordo con gli Stati Uniti e il lavoro diplomatico di Qatar e altri mediatori hanno contribuito a ridurre il premio per il rischio. Il quadro rimane però fragile, soprattutto perché il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz continua a essere inferiore ai livelli precedenti al conflitto.
Stati Uniti: Wall Street resiste grazie alla tecnologia
Le borse statunitensi hanno concluso la settimana prevalentemente in rialzo, nonostante le forti oscillazioni registrate tra martedì e mercoledì. Il Nasdaq ha sovraperformato grazie al sostegno dei grandi titoli tecnologici e delle società legate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.
Lunedì Wall Street aveva registrato un deciso rimbalzo dopo la festività, ma martedì il settore tecnologico è stato colpito da una correzione legata ai risultati preliminari di Samsung. I conti avevano superato le attese, ma non erano riusciti a soddisfare le aspettative particolarmente elevate accumulate dal mercato.
Il rialzo del petrolio ha successivamente alimentato i timori inflazionistici, spingendo al rialzo i rendimenti dei Treasury e penalizzando i titoli maggiormente sensibili al costo del denaro. Il settore energetico ha invece beneficiato direttamente dell’aumento del greggio.
Tra giovedì e venerdì, le borse hanno recuperato quando gli investitori hanno iniziato a ritenere meno probabile un attacco alle infrastrutture energetiche del Golfo. Il ridimensionamento del rischio ha permesso al mercato di tornare a concentrarsi sugli investimenti tecnologici e sull’imminente avvio della stagione delle trimestrali.
Apple ha annunciato un accordo per oltre 30 miliardi di dollari con Broadcom per la fornitura di chip, mentre Meta ha ampliato i propri programmi di investimento nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Micron ha aumentato a oltre 250 miliardi di dollari il piano di investimenti negli Stati Uniti fino al 2035, mentre Nvidia ha rassicurato gli investitori sulla solidità della propria strategia.
Economia americana
I dati macroeconomici hanno descritto un’economia ancora in espansione, ma con segnali di moderazione.
L’indice ISM dei servizi è sceso a 54 punti, rispetto ai 54,5 precedenti e ai 54,2 attesi. Il settore è rimasto in crescita, anche se l’attività e i nuovi ordini hanno rallentato. La componente occupazionale è tornata sopra la soglia di espansione, mentre i prezzi pagati sono scesi da 71,3 a 67,7 punti.
I dati finali di S&P Global sono risultati più deboli, con il PMI dei servizi a 51,2 e quello composito a 51,9. Secondo le indicazioni contenute nel rapporto, l’economia sarebbe cresciuta nel secondo trimestre a un ritmo annualizzato vicino all’1,2%.
Il mercato del lavoro ha mantenuto una discreta stabilità. L’occupazione privata ADP è aumentata di appena 21.000 unità, ma le nuove richieste di sussidio di disoccupazione sono scese a 215.000, confermando che i licenziamenti restano contenuti.
Il deficit commerciale si è ampliato a 77,6 miliardi di dollari, a causa dell’aumento delle importazioni e del calo delle esportazioni. Il deterioramento del saldo potrebbe sottrarre una quota significativa alla crescita del secondo trimestre.
Anche il mercato immobiliare ha mostrato debolezza, con le vendite di abitazioni esistenti diminuite del 2,4% a giugno.
Federal Reserve
La Federal Reserve ha mantenuto un’impostazione prudente ma restrittiva. Christopher Waller ha dichiarato che il rischio principale non è più rappresentato dalla debolezza del mercato del lavoro, ma dall’inflazione.
John Williams ha ribadito che la politica monetaria è ben posizionata, ma che le pressioni sui prezzi rimangono troppo elevate. Entrambi hanno sottolineato la necessità di mantenere flessibilità e di evitare indicazioni troppo vincolanti sulle prossime decisioni.
I verbali della riunione di giugno hanno mostrato che alcuni membri avrebbero considerato possibile un rialzo già in quella riunione. Molti partecipanti hanno inoltre giudicato che un mercato del lavoro stabile e un’inflazione ancora alta potrebbero richiedere una politica più restrittiva.
Il mercato ha tuttavia incorporato soltanto una moderata stretta entro fine anno, senza prezzare un vero ciclo aggressivo di rialzi.
Dollaro e Treasury
Il Dollaro ha alternato fasi di forza e debolezza, terminando la settimana senza una direzione netta.
Il biglietto verde ha guadagnato durante i momenti di maggiore tensione geopolitica, sostenuto dall’aumento del petrolio, dei rendimenti e della domanda difensiva. Il movimento si è però ridotto quando il rischio di un attacco alle infrastrutture energetiche è diminuito.
I Treasury hanno seguito una dinamica simile. Martedì e mercoledì i rendimenti sono aumentati per il timore che il rialzo dell’energia potesse alimentare l’inflazione. Giovedì i titoli di Stato hanno recuperato, grazie al calo del greggio e alle prospettive di una riapertura diplomatica.
Le aste dei titoli a tre, dieci e trent’anni hanno comunque mostrato una domanda robusta, soprattutto da parte degli investitori indiretti.
Iran e Medio Oriente: Hormuz torna a spaventare i mercati
La crisi tra Stati Uniti e Iran ha rappresentato il tema dominante della settimana.
Lunedì gli operatori guardavano ancora alla possibilità di una ripresa dei colloqui tecnici. Martedì, tuttavia, le Guardie rivoluzionarie iraniane avrebbero lanciato missili contro alcune navi commerciali nello Stretto di Hormuz, tra cui una petroliera di gas naturale liquefatto del Qatar e una nave collegata all’Arabia Saudita.
Gli Stati Uniti hanno poi revocato la General License X, eliminando una deroga che aveva consentito alcune attività legate all’energia iraniana. Nella notte tra martedì e mercoledì, Washington ha colpito decine di obiettivi in Iran.
Teheran ha reagito attaccando strutture militari statunitensi in Bahrein, Kuwait e in aree collegate alla Giordania. Le dichiarazioni secondo cui la tregua poteva essere considerata terminata hanno spinto il Brent sopra i 79 dollari e provocato il momento di massima avversione al rischio della settimana.
La situazione si è parzialmente stabilizzata nella seconda parte della settimana. Il presidente statunitense ha affermato che l’Iran desiderava raggiungere un accordo, mentre Qatar e altri Paesi hanno lavorato per rilanciare il negoziato.
Gli attacchi sono inoltre apparsi concentrati principalmente su obiettivi militari. Questo ha ridotto il timore di un’interruzione immediata delle forniture di petrolio, pur lasciando elevato il rischio per la navigazione commerciale.
Arabia Saudita, Qatar ed Emirati
L’Arabia Saudita ha ridotto di 11 dollari al barile il prezzo ufficiale dell’Arab Light destinato all’Asia per il mese di agosto. Si tratta della maggiore riduzione in almeno 26 anni.
Il provvedimento è stato interpretato come un tentativo di difendere la quota di mercato oppure come un segnale di domanda asiatica meno robusta. Riad starebbe inoltre valutando un’espansione della capacità dell’oleodotto East-West fino a 2 milioni di barili al giorno, in modo da ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz.
Il Qatar avrebbe invece sospeso alcuni piani per accelerare l’aumento della produzione di gas naturale liquefatto dopo gli attacchi contro le navi. Anche QatarEnergy avrebbe fermato un incremento previsto presso Ras Laffan.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno aumentato la produzione petrolifera oltre i 3,8 milioni di barili al giorno a giugno. La maggiore offerta emiratina ha contribuito a contenere il timore di una carenza immediata di greggio.
Area euro: shock energetico e crescita fragile
Le borse europee hanno risentito maggiormente dell’escalation rispetto a Wall Street. La maggiore dipendenza dell’Europa dalle importazioni di energia ha reso i listini più vulnerabili al rialzo del petrolio.
Le vendite si sono concentrate tra martedì e mercoledì, quando il Brent si è avvicinato agli 80 dollari. Il comparto energetico ha sovraperformato, mentre i settori ciclici e tecnologici sono rimasti sotto pressione.
Nella parte finale della settimana, la riduzione delle tensioni ha favorito un recupero, anche se l’Europa ha continuato a mostrare una performance inferiore rispetto agli Stati Uniti.
I dati economici hanno mostrato alcuni segnali di stabilizzazione. I prezzi alla produzione sono aumentati del 5,9% su base annua, mentre le vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,2% mensile e dell’1,6% annuale.
La fiducia Sentix è migliorata, suggerendo che lo shock iniziale provocato dal conflitto stava iniziando a essere assorbito. Il settore delle costruzioni è però rimasto in forte contrazione, con il PMI dell’area euro a 42,8 punti.
La Banca centrale europea ha confermato un approccio dipendente dai dati. Panetta ha sottolineato che i rischi al rialzo per l’inflazione persistono, ma ha anche riconosciuto la fragilità della crescita.
Nagel e Dolenc hanno ribadito la necessità di decidere riunione per riunione. I verbali hanno indicato che l’inflazione dovrebbe restare sopra il 2% ancora per un certo periodo, ma il mercato continua a prevedere una pausa nel breve termine.
Euro
L’euro si è mosso soprattutto come riflesso delle oscillazioni del Dollaro e del petrolio. La valuta unica ha mostrato una certa resilienza, sostenuta da alcuni dati economici positivi, ma è stata frenata dalla prudenza della BCE e dalla vulnerabilità dell’Europa agli shock energetici.
Durante il momento di massima tensione, il rialzo del greggio ha favorito il Dollaro e penalizzato l’euro. La valuta unica ha poi recuperato quando il petrolio e i rendimenti statunitensi hanno iniziato a scendere.
Germania: industria in miglioramento
La Germania ha registrato alcuni dei dati più positivi della settimana europea.
Gli ordini industriali sono aumentati dell’1,9% su base mensile, contro l’1,2% previsto. La produzione industriale è cresciuta dello 0,9%, superando nettamente la stima dello 0,2%.
Le esportazioni sono salite dello 0,9%, mentre le importazioni sono diminuite del 2,5%. Il surplus commerciale si è ampliato a 19,1 miliardi di euro, rispetto ai 14 miliardi attesi.
Questi dati hanno suggerito una possibile fase di recupero dell’industria tedesca. L’inflazione è invece rallentata al 2,3%, riducendo la pressione per una nuova stretta immediata della BCE.
I Bund hanno subito forti vendite durante l’impennata del petrolio. Una debole asta del titolo con scadenza 2036 ha evidenziato la difficoltà di assorbire titoli a lunga durata durante una fase di maggiore rischio inflazionistico.
Francia: politica e conti pubblici sotto osservazione
La Francia è stata condizionata dalla sentenza contro Marine Le Pen, dichiarata colpevole di appropriazione indebita.
La decisione ha lasciato ancora aperta la possibilità di una candidatura nel 2027, mantenendo elevata l’incertezza politica. L’euro e i titoli di Stato francesi hanno subito una moderata pressione.
Il governo ha ridotto la previsione di crescita per il 2026 allo 0,7%. Il ministro delle Finanze ha inoltre riconosciuto che il raggiungimento dell’obiettivo di deficit al 5% sarà difficile.
L’inflazione è scesa all’1,8% su base annua, in netto rallentamento rispetto al dato precedente.
Italia
L’Italia ha continuato a mostrare una certa debolezza nel settore delle costruzioni, in linea con il quadro generale dell’Eurozona.
Il mercato ha monitorato anche le emissioni di debito sovrano, mentre i BTP hanno seguito prevalentemente l’andamento dei rendimenti europei e le oscillazioni delle aspettative d’inflazione legate al petrolio.
Spagna
La Spagna ha registrato una forte volatilità dopo le minacce del presidente statunitense di ridurre i rapporti commerciali con Madrid.
L’IBEX ha subito vendite nella parte centrale della settimana, per poi recuperare quando le autorità hanno lasciato intravedere una possibile soluzione negoziale.
La Spagna avrebbe inoltre proposto emissioni comuni europee per circa 850 miliardi di euro l’anno, rilanciando il dibattito sull’integrazione fiscale dell’Unione.
Regno Unito: sterlina stabile, ma crescita debole
La sterlina ha vissuto una settimana contrastata, ma ha dimostrato una discreta tenuta.
Il PMI delle costruzioni è rimasto fortemente negativo a 38,4 punti, sotto i 40,1 attesi. Il settore immobiliare ha invece mostrato una moderata stabilità, con i prezzi delle abitazioni Halifax aumentati dello 0,2% mensile e dello 0,6% annuale.
Il capo economista della Bank of England Huw Pill ha dichiarato che i tassi potrebbero dover aumentare nel corso dell’anno qualora le pressioni sui prezzi dovessero persistere.
Il governatore Andrew Bailey ha respinto l’ipotesi di esentare i titoli di Stato dalle regole sulla leva finanziaria e ha avvertito che le valutazioni azionarie e l’utilizzo della leva rendono i mercati vulnerabili a una correzione.
I Gilt hanno sofferto durante il rialzo del petrolio, riflettendo la sensibilità dell’economia britannica agli shock inflazionistici.
Sul fronte politico, Nigel Farage ha annunciato le dimissioni da parlamentare per poi confermare che si sarebbe ricandidato nell’elezione suppletiva. Verso la fine della settimana, Andy Burnham è apparso di fatto destinato a diventare il prossimo primo ministro.
L’Office for Budget Responsibility ha inoltre avvertito che il debito pubblico britannico segue un percorso insostenibile nel lungo periodo.
Norvegia
La corona norvegese ha risentito di dati sull’inflazione inferiori alle attese e delle oscillazioni del petrolio.
La moderazione dei prezzi ha ridotto la convinzione che la Norges Bank debba aumentare rapidamente i tassi. La valuta si è rafforzata durante l’impennata del greggio, per poi perdere terreno quando il Brent ha restituito parte dei guadagni.
Svizzera
Il franco svizzero ha sottoperformato per buona parte della settimana, comportandosi più come valuta di finanziamento che come bene rifugio.
L’aumento dei rendimenti statunitensi ha reso meno attraente il franco rispetto alle valute con rendimenti più elevati.
Il presidente della Banca nazionale svizzera Schlegel ha ribadito la disponibilità a intervenire sul mercato valutario. Ha inoltre dichiarato che la soglia per tornare a tassi negativi è alta, ma che lo strumento resta disponibile.
Canada: lavoro solido, servizi deboli
Il Dollaro canadese ha seguito soprattutto l’andamento del petrolio. La valuta si è rafforzata durante il rialzo del greggio, ma ha perso slancio quando il premio geopolitico si è ridotto.
Il rapporto sul mercato del lavoro ha superato le attese. L’occupazione è aumentata di 18.200 unità e il tasso di disoccupazione è sceso dal 6,6% al 6,5%. I salari medi orari sono cresciuti del 3,7% su base annua.
La reazione della valuta è stata però limitata, perché il settore dei servizi ha mostrato una nuova contrazione. Il PMI dei servizi è sceso a 47,1, mentre quello composito è diminuito a 47,9.
Il mercato continua pertanto a prevedere una Bank of Canada sostanzialmente ferma.
Giappone: yen debole e rischio intervento
Lo yen è stato una delle valute più deboli del G10 per gran parte della settimana.
USD/JPY è salito sopra quota 162, sostenuto dal differenziale dei tassi e dalle operazioni di carry trade. Il rialzo del petrolio ha inoltre peggiorato le ragioni di scambio del Giappone, grande importatore di energia.
Il rischio di un intervento valutario è rimasto elevato, soprattutto nell’area compresa tra 162 e 164. Le autorità hanno dichiarato di monitorare i mercati con grande urgenza, senza però annunciare interventi concreti.
Venerdì lo yen ha recuperato dopo che il ministro delle Finanze Katayama ha proposto di incentivare il GPIF e altri fondi pensione a investire maggiormente negli asset giapponesi.
La proposta è stata interpretata come un tentativo di ridurre i deflussi di capitale e sostenere la valuta. Restano però dubbi sulla reale capacità del ministero delle Finanze di modificare direttamente le strategie del GPIF.
La Bank of Japan dovrebbe lasciare invariati i tassi a luglio, mantenendo però la propria guidance e alzando le previsioni di crescita. Il mercato continua a incorporare una normalizzazione molto graduale.
Cina
La Cina ha mantenuto una politica monetaria favorevole alla crescita, riconoscendo la debolezza della domanda interna e l’impatto degli shock esterni.
Pechino ha continuato ad acquistare oro e soia dagli Stati Uniti, mentre ha temporaneamente vietato le esportazioni di elio.
L’Unione europea ha imposto dazi antidumping sugli pneumatici cinesi e il Messico ha applicato misure contro alcuni prodotti in policarbonato provenienti dalla Cina.
Sul piano strategico, Pechino ha confermato il test di un missile lanciato da un sottomarino nel Pacifico meridionale. Taiwan, Giappone e Australia hanno espresso preoccupazione, anche se il test era stato notificato in anticipo.
Corea del Sud
La Corea del Sud è stata al centro dell’attenzione per l’andamento dei semiconduttori.
I risultati preliminari di Samsung hanno deluso le aspettative più elevate e hanno provocato una revisione delle valutazioni del comparto tecnologico globale.
SK Hynix è rimasta sotto osservazione in vista del debutto dei propri ADR negli Stati Uniti. Il mercato ha valutato la possibilità che i titoli quotati a Wall Street possano scambiare con un premio rispetto alla quotazione domestica.
Nuova Zelanda: la sorpresa più restrittiva
La Reserve Bank of New Zealand ha aumentato il tasso ufficiale di 25 punti base, portandolo al 2,50%.
La decisione è stata accompagnata da un messaggio restrittivo. La banca centrale ha indicato che ulteriori aumenti saranno probabilmente necessari, anche se la tempistica resta incerta.
Il governatore Breman ha dichiarato che il tasso attuale è ancora accomodante rispetto a un livello neutrale stimato tra il 2,5% e il 3,5%.
I mercati hanno reagito incorporando quasi 50 punti base di ulteriori rialzi entro fine anno. Il Dollaro neozelandese è risultato la valuta più forte del G10.
Australia
Il Dollaro australiano ha beneficiato delle fasi di propensione al rischio e delle operazioni di carry trade.
La valuta non ha però ricevuto un forte sostegno dalle prospettive della Reserve Bank of Australia. Il mercato incorpora soltanto una moderata stretta entro la fine dell’anno, molto inferiore a quella attesa in Nuova Zelanda.
Il cambio AUD/NZD è inizialmente salito, per poi invertire la direzione dopo il rialzo della RBNZ.
Russia e Ucraina
Il conflitto ha continuato a colpire infrastrutture energetiche e logistiche.
L’Ucraina ha attaccato raffinerie, petroliere, depositi e stazioni di pompaggio in diverse regioni russe. Mosca ha riferito di aver intercettato numerosi droni, confermando tuttavia danni ad alcuni impianti.
Naftogaz ha dichiarato che un attacco russo ha colpito un impianto per la produzione di gas nella regione di Kharkiv. Gazprom ha invece riferito che alcuni attacchi ucraini avevano preso di mira strutture collegate alle esportazioni verso la Turchia, senza interrompere le forniture.
L’Unione europea ha lavorato al ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, mentre la NATO potrebbe destinare almeno 140 miliardi di euro all’Ucraina tra il 2026 e il 2027.
Materie prime
Il petrolio è stato il vero barometro della settimana. Il Brent ha superato i 79 dollari durante il momento di massima tensione, per poi arretrare quando il rischio per le infrastrutture energetiche è apparso più contenuto.
L’oro ha mostrato una reazione meno forte rispetto a quella normalmente associata alle crisi geopolitiche. L’aumento dei rendimenti e la forza intermittente del Dollaro hanno limitato la domanda di beni rifugio.
Il metallo prezioso ha recuperato soltanto quando il biglietto verde si è indebolito.
I metalli industriali hanno sofferto durante le fasi di avversione al rischio, ma il rame ha recuperato parte delle perdite nella seconda parte della settimana.
Prospettive
L’attenzione dei mercati si sposta ora sul rapporto statunitense sull’inflazione, sulle vendite al dettaglio e sull’avvio della stagione delle trimestrali.
Il dato sui prezzi sarà fondamentale per capire se lo shock energetico potrà spingere la Federal Reserve verso una politica ancora più restrittiva.
Gli utili societari rappresenteranno invece il primo vero test delle elevate valutazioni raggiunte da Wall Street, soprattutto nel comparto tecnologico.
Il rischio geopolitico rimane elevato. La possibile riapertura dei negoziati tra Stati Uniti e Iran ha temporaneamente calmato i mercati, ma lo Stretto di Hormuz resta vulnerabile e qualsiasi nuovo attacco potrebbe riportare rapidamente petrolio, rendimenti e volatilità sui massimi della settimana.
